In Italia le retribuzioni dei magistrati, che rientrano nel personale in regime di diritto pubblico, vengono aggiornate ogni tre anni sulla base degli aumenti medi riconosciuti al pubblico impiego contrattualizzato. Il meccanismo di calcolo messo a punto dall'Istat è stato bocciato dal Consiglio di Stato: la base escludeva indennità che andavano invece incluse, non considerava il personale delle Autorità indipendenti, dove gli aumenti sono più consistenti, e con la media ponderata finiva per pesare di più su comparti numerosi ma con stipendi bassi, come scuola ed enti territoriali.
A luglio 2025 una serie di sentenze gemelle dei magistrati amministrativi aveva annullato il decreto di Palazzo Chigi che definiva gli aumenti 2018/20, e il contenzioso coinvolge ora il provvedimento successivo. L'esito apre la strada a conguagli che possono arrivare fino a 100mila euro a testa.
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